Tommaso Merlo, ebook, e-book, e-books, politica, attualità, analisi, democrazia, commenti politici, partiti, Italia tommasomerlo | La politica non è sempre una cosa seria | Il Cannocchiale blog
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24 agosto 2016
POLITICA
Reportage dall'isola di Lesbo

Lesbo, 21 Agosto 2016. “Cosa c'è in fondo ai tuoi occhi, oltre l'apparenza? Dove il tempo d'improvviso si ferma e la mia anima, sulle tue labbra, resta sospesa”, scriveva Saffo la celebre poetessa della Grecia antica. Sono passati 2.600 anni ed è ancora lei la star incontrastata dell’isola di Lesbo. Culla dell’amore saffico, Lesbo. Culla della democrazia, la Grecia. Sull’isola ci ha vissuto Aristotele prima di diventare mentore di Alessandro il Grande. Poi sono arrivati i Romani. Nell’80 AC un giovane Giulio Cesare impugnava le armi per la prima volta nell’assedio di Mitilene, la capitale. Secoli, poi Bisanzio, poi i Gattilusi, una famiglia della Repubblica di Genova che vi ha regnato per un secolo. Poi l’Impero Ottomano, poi l’Europa. Millenni e la Turchia è ancora lì, si vede ad occhio nudo. E gli abitanti di Lesbo sono ancora lì, seduti all’ombra degli ulivi a bere retsina e mangiare feta. Estate calda ma arieggiata tra le colline dell’isola. “Il turismo è crollato del 60 per cento” - dice Yorgos, un ristoratore - “i turisti hanno paura”. Vero, i turisti non sanno che i profughi sono richiusi nei campi profughi, e appena possono proseguono il loro viaggio verso il mondo ricco. “Non siamo arrabbiati con loro, ma con chi li costringe a scappare”, dice Yorgos. È finito il tempo di imperatori e sultani, da qualche anno a Lesbo sbarcano i discendenti dei persiani, dei mongoli, degli indiani finiti in disgrazia. A Lesbo lo sanno, i popoli si muovono. Per conquistare o per scappare. Da vincitori o da perdenti. Ma si muovono, sempre. Impazza la guerra in Arabia, l’isola è invasa, arrivano le truppe umanitarie, l’UE e la Turchia siglano un accordo. Erdogan chiude le frontiere, arrivano i soldi da Bruxelles e sorgono biancheggianti campi profughi tra gli uliveti e la terra rossa. Recinzioni, containers, tende, tutt’intorno il business dei trafficanti, dentro il dramma. Visito il campo di Moria, balzato alle cronache per il centro di detenzione per minori non accompagnati. La Polizia apre enormi lucchetti. Accesso riservato agli addetti ai lavori. Procediamo tra containers, grate e filo spinato. Un secondo cancello, un terzo. Dentro ragazzini, 250 e solo una manciata di femmine. Molti sono distesi sulla ghiaia polverosa. “Sono depressi”, dice un operatore, “molti sono qui da quattro mesi”. 13, 14, 15 anni. Ragazzini che stanno attraversando il mondo da soli, da minori. E questa è una cosa che nel mondo ricco non si può fare. Come sprovveduti uccelli migratori sono finiti in gabbia a metà strada. Sono quasi tutti afgani. La coalizione dei volenterosi ha vinto la guerra coi Talebani nel 2001, investe miliardi nel peacekeeping e questi sono i risultati. Tanti Hazara, l’etnia che vive a nord di Kabul dai lineamenti asiatici, discendenti di un’armata di Gensis Khan. “Ho paura di impazzire qui dentro e di non servire più a nulla”, mi dice Ali. “Forse è quello che vogliono”, aggiunge il suo amico. Paura che i “ricchi” non comprino neanche l’ultima cosa che possono offrire, se stessi. “Ho paura di tornare indietro”, dicono in molti. Paura di finire sotto le bombe o tornare in qualche baracca di fango senza luce e acqua sulle montagne dell’Hindu Kush. Posti dove non c’è mai stato niente, posti dove quel poco che c’era è stato raso al suolo. Caldo torrido, brandelli d’ombra. Arriva del cibo, arriva dell’acqua. Molti ragazzini sono ancora a letto. “stanno svegli di notte, e finisce che si picchiano”. Vedo molti con delle bende. Si sfogano tra di loro, tra gruppi. Incontro un africano che non sapeva neanche dove fosse. Un calciatore che sogna l’Italia. Un pittore che ha smesso di dipingere. Tanta manodopera che se tutto va bene finirà a pelare patate in qualche scantinato o spazzare i pavimenti di qualche stazione. Un paradiso a confronto di casa loro. Magari un giorno avranno pure un tetto, dei vestiti e un i-Phone. Un sogno che in quella prigione si è trasformato in un incubo. Non c’è come rimuginare sui propri sogni per farli svanire. “Italia, Francia e poi London!” dice Ahmad in uno slancio di entusiasmo. A bordo di qualche nave, nel sottofondo di qualche camion, non importa. Gli portiamo internet, computer, libri nella loro lingua. Gli portiamo la possibilità di connettersi col mondo, e d’imparare qualcosa in quell’interminabile prigionia. Ma in pochi hanno la testa, troppa l’ansia verso il futuro. Troppa la rabbia e la frustrazione. Vogliono riprendere il loro volo verso il futuro. Vogliono che qualcuno gli apra quella maledetta gabbia. Non sanno che i colpevoli di questo esodo epocale vogliono anche il privilegio di lavarsene le mani. Non sanno che i colpevoli di questo mondo ingiusto non li trovano mai. Hanno sempre tutti ragione. Passano gli anni. Il mondo ricco cerca di arginare un fiume in piena senza capire che è tutto inutile finché non smetterà di piovere, bombe. Non ci sono argini che tengano. Lo si capisce guardando gli occhi di queste schegge di civiltà sperse nel mondo. L’inarrestabile sforzo degli uomini di conquistare una vita migliore. Anche a costo di attraversare il mondo da soli, a piedi, a 13 anni. Tra le colline di Lesbo si respira salsedine e macchia mediterranea. La millenaria filosofia degli abitanti dell’isola regge graniticamente. Dopo millenni, dai Romani fino agli Europei, dopo guerre e invasioni, si sono ritrovati seduti sotto gli stessi ulivi, con lo stesso bicchiere di retsina in mano. E non saranno cerco questi quattro poveracci a cambiare le cose. Scende la notte su Mitilene. All’orizzonte le luci della costa turca. Dicono che siano in tre milioni pronti a partire. “Chi un esercito di cavalieri, chi una schiera di fanti, chi una flotta di navi dirà che sia sopra la terra nera la cosa più bella. Io dico, ciò che si ama...”, sussurrava la diva.

Tommaso Merlo




permalink | inviato da Merlo il 24/8/2016 alle 15:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
7 agosto 2016
POLITICA
Gli immigrati domineranno

Parigi Montreuil, dieci minuti di metro da Notre Dame, oggi pomeriggio. Per la via principale del quartiere arabi, africani, caucasici, balcanici, indiani. Sono l’unico bianco per oltre un’ora. Vedo dei musi pallidi tra i barboni svaccati all’ombra in un parchetto. Un altro malconcio riceve elemosina da un nero. Tuniche, turbanti, barbe, tessuti africani. Sento arabo, swahili e altri idiomi, neanche una sillaba in francese. Cerco della birra e non la trovo nei negozietti e neanche al centesimo kebab dove mi fermo a mangiare. Non è immigrato solo il cameriere, anche il padrone, anche i clienti, anche quello che passa per strada e fa smorfie al menù. La multiculturalità già esiste tra gli immigrati. Il sole non si decide a scendere a Montreuil, è domenica, gli operai sono a passeggio, l’intero quartiere. Non è come a New York, qui non si percepisce nemmeno l’ombra dei padroni di casa. Si respira calma, cordialità. Come tra le strade di Beirut o Nairobi. Vedo immigrati arrivati adulti, da poco, si sono portati dietro anche il guardaroba. Uno è dove cresce. E lo è per sempre. Forse i loro figli canteranno la Marsigliese, ma non tutti con la stessa convinzione. Alcuni preferiranno addirittura le follie del Califfo, pochissimi ma dannatamente ingombranti. Follia, segnale. Cos’è l’integrazione? Culture diverse che si tollerano tra loro? Culture diverse che si trasformano in quella del padrone di casa? Una fusione che ne genera una terza? A qualche francese va bene tutto, ma a molti no. Anche perché nessuno gli ha chiesto prima cosa ne pensasse. È oggi si ritrovano a competere al buffet di una festa peraltro mal riuscita. Lavoro, tasse, lavoro, qualche Euro e ancora lavoro. Neanche in Europa i soldi si raccolgono sulle piante, e nemmeno le scuole, gli ospedali. Lo capiscono anche gli immigrati col tempo, il problema è che ne sbarcano di nuovi ogni santo giorno. E sono centinaia di milioni quelli che farebbero le valigie domani mattina se potessero. Sono gli abitanti del sud del mondo, la stragrande maggioranza del Pianeta. E se tutti venissero qui, chi sistema le cose nel loro paese? In Occidente ci sono voluti secoli per arrivare alla democrazia e all’economia di mercato. Con questi ritmi, tra qualche decennio gli immigrati saranno maggioranza in molte aree europee. Entreranno in politica e decideranno loro dove farsi le moschee, cosa vendere nei negozi, e come trattare le donne. È questo che vogliamo in Europa, in Italia? Se sì, basta aspettare. Altrimenti ci sarebbe una alternativa. Si chiama politica internazionale, si chiama intelligenza e competenza per gestire la complessa piaga di un mondo spaccato in due. Si chiama smetterla di investire miliardi in cacciabombardieri, in guerre suicide e boiate di peacekeeping, e investirli in pozzi d’acqua, aziende agricole, ospedali e scuole nel sud. Significa promuovere democrazia e diritti umani, e generare sviluppo economico in modo che i paesi poveri siano in grado di sfamare e poi dare un futuro alla propria gente. In modo che invece di scappare e girare pigra per le strade di Montreuil, se ne sta a casa sua e lotta per i propri diritti come abbiamo fatto noi per secoli.

Tommaso Merlo




permalink | inviato da Merlo il 7/8/2016 alle 18:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
6 agosto 2016
POLITICA
Milano svenduta ai comunisti mangia bambini

Dopo l’Inter, anche il Milan finisce in mano ai cinesi. In Cina ogni anno vengono eseguite circa 5.000 mila condanne a morte, l'85% sul totale mondiale. E spesso frutto di processi sommari e tribunali corrotti. Dai condannati a morte il regime estrae gli organi per i trapianti e senza nessun consenso. Anche l’evasione fiscale e l’incasso di tangenti o il traffico di droga vengono puniti con la morte. Il governo cinese perseguita da sempre le minoranze etniche e religiose tra cui la più conosciuta è il Tibet del Dalai Lama occupato militarmente. In Cina non c’è libertà di informazione, libertà religiosa e neanche quella di movimento. Il regime liberticida è ovunque, gli oppositori politici o scappano o fanno una brutta fine. Le donne vengono pesantemente discriminate, e viene praticato l’aborto di massa. I lavoratori vengono sfruttati e sottopagati e non hanno nemmeno un sindacato indipendente. E queste sono solo le scarse notizie che filtrano da un regime che si definisce comunista, e che viola sistematicamente i diritti umani. Ma i soldi sono soldi, i cinesi sono tanti, un mercato immenso tutto da conquistare, ed ecco le aziende anche italiane correre ad investire per sfruttare il lavoro a basso costo e le flessibilità concesse dalla corruzione. Col risultato che da noi la crisi dura da due lustri, e i cinesi crescono a ritmi vertiginosi. Ed ecco emergere gli oligarchi, imprenditori che riescono ad approfittare dello sfacelo sociale, e fanno miliardi nel giro di poche settimane. In casa loro girano con le Ferrari tra la miseria dei poveri cristi, ma al loro Ego non basta. Vogliono una consacrazione internazionale, vogliono che il mondo intero si inchini davanti al loro potere economico. Ed ecco che fanno shopping di quello che rimane del calcio italiano. Soldi, tanti soldi, in cambio di riflettori accessi sui propri musi gialli 24/24. Quanto al calcio giocato chissenefotte, quando alla tradizione e ai valori dello sport chissenefotte, oggi per vincere ci vogliono i soldi, e loro li hanno. E perfino Silvio si è arreso ai comunisti mangia bambini. E tutta la Milano calcistica alla fine, si è svenduta.

Tommaso Merlo




permalink | inviato da Merlo il 6/8/2016 alle 8:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
5 agosto 2016
POLITICA
Rifugiato vince l’oro a Rio in salto del pasto

Hanno trovato casa al villaggio olimpico di Rio, meglio che alla stazione. Stanze un pochino piccole, ha fatto trapelare il porta bandiera eritreo Suka Staminky, ma c’è tutto. Staminky è un ex idraulico di Asmara sui quarant’anni, è scappato da Isaias Afewerki uno dei dittatori più nefasti in Africa ma siccome nessuno sa chi cazzo sia, non lo bombarda nessuno. Suka Staminky punta al podio nella gara di “salto della rete in corsa”. Tra gli atleti di punta della squadra dei rifugiati spicca il nome di Mekos Ionis, un sudanese alto due metri con un enorme pancione. Stuzzicato dai giornalisti sul suo stato di forma, Mekos ha dichiarato che arrivato a Rio era magro, e non è colpa sua se la mensa è a buffet ed è sempre aperta. Mekos Ionis è dato per favorito nella “gara di gommoni acrobatica”, quanto al “chilometro a stile libero vestito” con tutta quella trippa sta pensando ad una clamorosa rinuncia. Altro atleta da seguire con attenzione è Menes Fottus, un siriano che in realtà non ci voleva andare a Rio e da quando è a Rio sta in camera a poltrire. Stavo benissimo a Tor Bella Monica, ha dichiarato alla stampa, poi una sera è scoppiata una rissa nel quartiere, è arrivata la polizia e lui si è messo a correre e si è fermato dopo tredici ore alle porte di Genova. Prestazione che gli è valsa un posto in squadra, parteciperà alla “corsa campestre ad ostacoli tra i campi e salti delle siepi di 150 Km”. La rappresentanza femminile è guidata dalla congolese Lado’, e dall’islamica Melatencos, entrambe impegnate in piscina. No, non si tratta di una pagliacciata pubblicitaria ha detto il Premier Renzi, ma di un passo concreto per risolvere il problema dei profughi dal sud del mondo.

Tommaso Merlo

www.tommasomerlo.com




permalink | inviato da Merlo il 5/8/2016 alle 10:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
4 agosto 2016
CULTURA
Fatevi i selfie al culo

Quando vedo donne con dei canotti al posto delle labbra, i capelli lisci, magre e quelle pose da sceme che fanno davanti ai selfie, mi girano le palle. Sono tutte uguali, identiche, orrende. Stessa espressione da idiote con i canotti in fuori e lo sguardo verso l’alto. Ma perché non si fanno un selfie al culo. Sarebbe più interessante ed espressivo. Lo stesso per sti imbecilli tatuati e palestrati che si danno aree da eroi. E poi alla fine sono operai semi analfabeti che dopo una giornata da schiavi a pochi Euro vanno in palestra a pomparsi i bicipiti mentre il loro cervellino è atrofizzato come una prugna. Anche loro tutti uguali, barba, sguardo languido, tatuaggi cinesi. Ma che si facessero un selfie al culo pure loro che coi tempi che corrono avrebbe più successo. Quello che mi urta non è la superficialità e l’imbecillità di chi investe il proprio tempo e le proprie energie nella sua insignificante immagine. Succede da sempre. Ciò che mi urta è il livello di conformismo estremo. Siamo al punto che le persone non solo pensano e vivono tutte allo stesso modo, ma addirittura modificano le proprie sembianze fisiche per essere tutti uguali. Plastiche, trucco, parrucco, vestiti, tatuaggi, pose, espressioni. Si trasformano fisicamente per entrare tutti nello stesso “prototipo” che chissà chi ha deciso sia sinonimo di bellezza. Io li trovo orrendi, e inquietanti. Sembra un’invasione di alieni dal Pianeta degli Idioti. Siamo al conformismo che dalle menti invade i corpi trasformandoli in un esercito di manichini standardizzati che vivono per presentarsi davanti a qualche i-Phone per mostrare al mondo la propria diligenza al nulla. Che si facciano i selfie al culo, sarebbe più onesto e rappresentativo della categoria.

Tommaso Merlo

www.tommasomerlo.com




permalink | inviato da Merlo il 4/8/2016 alle 6:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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