Tommaso Merlo, ebook, e-book, e-books, politica, attualità, analisi, democrazia, commenti politici, partiti, Italia tommasomerlo | La politica non è sempre una cosa seria | Il Cannocchiale blog
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21 maggio 2018
POLITICA
La vittoria M5S-Lega spiegata ai benpensanti europei

Quello che hanno subito i cittadini italiani negli ultimi decenni è roba da tribunale internazionale per crimini contro una comunità nazionale. La vittoria M5S-Lega è una logica conseguenza. Eppure, i benpensanti europei strillano increduli. Come Macron e la Merkel ed i loro seguiti di burocrati, i padroni continentali a cui conviene che l’Italia rimanga una vecchia signora malconcia che insegue perennemente limitandosi ad imprecare a vanvera. Il 4 marzo la vecchia signora ha puntato i piedi e forse anche a Parigi e Berlino qualcuno si degnerà di capire il perché e dare un’occhiata alla storia recente del Belpaese. I cittadini italiani hanno subito per decenni umiliazioni, abusi, ruberie di ogni tipo per mano di classi dirigenti fameliche e spietate indegne di un paese civile. Classi dirigenti ladre, bugiarde, colluse con criminalità di ogni stampo che dopo aver depredato la “cosa pubblica” e il tessuto sociale, hanno ridotto l’Italia sul lastrico. Per decenni i palazzi romani sono stati infestati da politici e burocrati tra i più pagati e privilegiati al mondo, le punte di diamante di un sistema che dal parlamento arrivava fino al comune di provincia col solo scopo di strappare potere pubblico per approfittarne a fini privati. Tangentopoli è stata la scoperta dell’acqua calda che ha avuto come effetto solo quello di costringere i ladri a trovare tecniche più sofisticate per rubare. Appalti di ogni genere e specie, ospedali, scuole, strade, rifiuti tossici, non si sono fermati davanti a nulla. Fiumi di soldi e d’interessi sporchi, una giungla di personaggi loschi che per decenni hanno speculato avidamente alle spalle della collettività. E mentre i potenti si costruivano ville e attici, i cittadini finivano per strada vittime della peggiore crisi del dopoguerra. Una crisi globale ma che il corrotto e inefficiente Stato italiano ha reso ancora più insopportabile. Malaffare diffuso, stipendi e pensioni da fame, lavoro diventato schiavitù, servizi pubblici a pezzi, politicanti ciarlatani senza vergogna, disuguaglianze indegne, un marciume generalizzato che ha travolto la credibilità delle istituzioni e alla fine anche delle vecchie classi dirigenti. Da noi parole come onestà e sobrietà e legalità suonavano come rivoluzionarie. Da noi i delinquenti in giacca e cravatta finiscono in televisione non in galera. Da noi meritocrazia e piena trasparenza degli enti pubblici sono ancora un lusso. Da noi i giovani scappano ancora in cerca di una vita migliore. Da noi la piena libertà di stampa è ancora una meta da raggiungere così come per una marea di settori che ci vedono in fondo alle classifiche europee. Non mere statistiche ma roba che fa male. Da noi la politica è stata per anni uno dei problemi più gravi, non la soluzione. I benpensanti europei obietteranno che le classi dirigenti rispecchiano la società in cui emergono e in parte è vero, ma quello che sta succedendo oggi col clamoroso risultato del 4 marzo, è proprio una reazione dei cittadini italiani a quelle classi dirigenti marce e fallimentari in cui evidentemente non si riconoscono più. Un sacrosanto e disperato tentativo di girare pagina nonostante tutto e nonostante anche l’Europa che in Italia si è distinta solo per l’incomprensibile burocrazia che ha messo in ginocchio agricoltori e compagnia bella, cocciute ed insensibili rigidità contabili e un’indegna indifferenza rispetto all’emergenza dell’immigrazione illegale di massa. L’Europa politica purtroppo non esiste ancora e quella burocratica fiorita intorno all’asse franco-tedesco è ipocrita, fredda e troppo distante da Roma. I benpensanti europei dovrebbero smetterla di guardare l’Italia col solito complesso di superiorità e cercare piuttosto di capire anche le loro responsabilità. La vittoria M5S e Lega non è altro che un tentativo dei cittadini italiani di reagire ad una delle fasi più nere della propria storia e ricostruire una democrazia più sana e moderna. Un tentativo che se l’Europa politica fosse esistita, avrebbe applaudito con entusiasmo.

Tommaso Merlo

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19 maggio 2018
POLITICA
La stampa, il contratto a 5 Stelle e la fiducia

La stampa italiana è in mano - in quasi la sua totalità - a testate giornalistiche ostili al Movimento 5 Stelle. Gente che ogni santo giorno sfrutta giornali e televisioni per denigrare il Movimento e lo fa senza neanche averlo capito. Non sorprende se il Financial Times spari scemenze sui “barbari a Roma”, sbalordisce invece che a diffondere panico e falsità siano giornalisti italiani dopo anni che il Movimento è sulla scena politica da protagonista. Se il governo M5S-Lega andrà in porto dovrà essere ristabilito un minimo di ordine negli incesti tra politica e lobby economiche e media. Certe malformazioni sono dannose per una democrazia. Se la stampa in Italia fosse davvero libera, avrebbe assecondato in maniera del tutto naturale il profondo cambiamento in atto nella società italiana. Ed invece si è arroccata compatta a difesa di quel castello forzapiddino che gli italiani hanno ridotto in macerie. Così facendo gli oltre 50% degli italiani che hanno votato Lega o M5S si trovano la quasi totalità della stampa che gli spiega ogni santo giorno quanto idioti siano stati a votarli e i rischi che corrono nelle mani di tali pericolosi fanatici. Fango preventivo, non sacrosanta ed onesta critica sui fatti. Campagne diffamatorie mezzo stampa come quelle contro la Raggi o quella imbastita nelle ultime settimane contro Di Maio, non sono giornalismo, sono viscido inquinamento del dibattito pubblico a fini politici. Casi davvero scandalosi che verranno studiati nelle scuole di giornalismo nell’incredulità degli studenti tra qualche anno. La stampa deve essere libera. Ma davvero. Solo se libera e indipendente si evolve insieme alla comunità in cui opera e può svolgere il suo servizio di “cane da guardia” del potere e di trasparente ed onesta informazione dei cittadini. In questi ultimi tempi, i giornalisti anti Movimento che monopolizzano giornali e televisioni, hanno avuto perfino il coraggio di criticare il fatto che M5S e Lega abbiano concordato prima i temi del contratto e solo dopo le poltrone. Siamo al paradosso, roba da standing ovation in qualunque democrazia sana che viene fischiata a priori come se ormai la stampa italiota rispondesse ad un pensiero convulsivo avverso, incurante perfino del ridicolo. Come se la stampa fosse diventata una forza conservatrice in questo paese e che osteggia a priori il cambiamento voluto dai cittadini in quanto estraneo al mondo in cui si è costituita e che gli ha dato da mangiare. Invece di fungere da faro per consentire ai cittadini di vedere meglio, la stampa oscura e confonde come terrorizzata da un cambiamento che la costringerebbe ad affrontare i suoi fallimenti e le sue ipocrisie riformandosi. Anche la consultazione online dei militanti 5 Stelle sul contratto è stata ovviamente imbrattata di fango per giorni. Invece di applaudire i nuovi spazi di democrazia e trasparenza, le caste giornalistiche rimpiangono quando a decidere erano i boss dei partiti che si radunavano in qualche summit segreto a concordare chissà quali agende occulte. Come il patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi con relativi papelli. Uno dei momenti più tristi della nostra storia repubblicana recente anche se sembrano passati secoli. Quasi 45.000 persone hanno votato democraticamente la linea politica del Movimento ed hanno sancito una netta vittoria del sì al contratto con la Lega. Un risultato non affatto scontato nonostante i soliti sputi mezzo stampa. In quel 94% ci sono sicuramente tanti a cui Salvini non piace affatto e magari avrebbero preferito le elezioni subito anche dato i “tira e molla” degli ultimi mesi, eppure hanno votato a favore. Questione di coerenza. Di Maio ha mantenuto la parola, sia nel metodo che nella sostanza: ha lavorato ad un contratto su cose concrete da fare con chi fosse disponibile e nel rispetto del programma elettorale. Ma c’è di più, Di Maio e tutti gli altri cittadini portavoce hanno lavorato davvero sodo per trovare una soluzione alla crisi, sono stati i protagonisti indiscussi sulla scena politica, sempre dinamici e propositivi nonostante le urne non facessero affatto paura, nonostante i fastidiosi zombi renzusconiani che ancora vagano per i vicoli di Roma e nonostante il fango a reti unificate. Quel 94% è un riconoscimento per i traguardi raggiunti fin qui ma anche una generosa dose di fiducia ed entusiasmo. Nonostante tutto.

Tommaso Merlo

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permalink | inviato da Merlo il 19/5/2018 alle 8:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
18 maggio 2018
POLITICA
Di Maio premier e Movimento 10 Stelle

Se i militanti daranno l’ok, Di Maio dovrebbe fare il premier e questo sarebbe meglio anche per la Lega. Non si capisce che senso abbia un veto sul capo politico del primo partito da parte del suo alleato che vale la metà dei voti. È poi una questione di buonsenso affinché questa operazione abbia qualche possibilità di successo. Andando al governo subito e insieme, M5S e Lega rischiano molto e non possono permettersi di lasciare la strategica poltrona di premier a qualche personaggio che non offre piene garanzie sulla sua totale abnegazione al progetto. Se Di Maio proprio non va, deve essere qualcuno alla Fico che ha iniziato sulle strade coi banchetti quando il Movimento era ancora una barzelletta per i benpensanti del vecchio sistema. Qualcuno che rinunci a deleteri protagonismi per mettersi ad esclusivo servizio di un passaggio politico ardito e che di certo cambierà per sempre la natura di Movimento e Lega che da antisistema si fanno sistema, che da populisti si fanno governativi passando dalle parole ai fatti. È molto più facile lamentarsi che “fare le cose” ed è più facile l’opposizione che il governo soprattutto in un paese malridotto come l’Italia dove i problemi si sono accatastati uno sull’altro all’infinito e dove il cambiamento è ben accetto solo se riguarda gli altri. Un paese dove l’esasperazione popolare è alle stelle e la tendenza a lagnarsi e incolpare la politica è una specialità della casa. Movimento 5 Stelle e Lega saranno poi circondati da orde di nemici ansiosi di veder passare il loro cadavere tra le rapide del fiume della conservazione. Avranno contro la stampa orfana del vecchio regime forzapiddino e pure incarognita dal fatto che non se la fila più nessuno, avranno contro la burocrazia europea e tutti i sacerdoti dello status quo turbocapitalista compreso gli ipocriti perbenisti alla Macron che hanno il loro paese in rivolta ma trovano il tempo per fare i maestrini in casa d’altri. Noi i renzi come lui li abbiamo rispediti a giocare a tennis. È sempre stato così, chi osa cambiare si ritrova contro tutti coloro che a cambiare non hanno nessun interesse essendosi riempiti stomaco, conto in banca ed ego col sistema precedente. Ma la storia non aspetta nessuno, nemmeno chi sposa il cambiamento, nemmeno chi lo genera. Le ultime elezioni hanno confermato come la volatilità del voto cambi gli scenari politici molto rapidamente oggi. Scrollate di dosso baggianate ideologiche e il votare come abitudine o tradizione di famiglia, i cittadini selezionano i progetti politici che man mano gli vengono sottoposti. Scelgono idee, programmi e classi dirigenti che meglio rispondono alle loro ansie e problematiche di quello specifico momento storico. Il Movimento è nato ed esploso nel giro di pochi anni, la Lega di Salvini - che non è certo quella di Bossi – è lievitata altrettanto velocemente. Ma la stessa velocità caratterizzerà anche il loro tramonto. Quando il loro progetto verrà superato i cittadini useranno lo stesso metro di giudizio e voteranno per un Movimento magari a 10 Stelle invece che solo 5 o per una Lega che dopo essere stata padana ed italiana diventerà magari europea. Tale processo evolutivo accelererà bruscamente ora che M5S e Lega vanno insieme al governo mettendo alla prova dei fatti la bontà delle proprie idee e la loro capacità d’implementarle. In ballo c’è la loro credibilità e quindi la loro sopravvivenza nel medio termine. Ma c’è di più, andando al governo lasceranno alle loro spalle immense praterie politiche su cui potranno galoppare nuovi progetti politici e che sfrutteranno quel malcontento che chiunque governi deve mettere in conto. E magari pure errori o fallimenti che capitano sporcandosi le mani coi fatti. Più il nuovo governo M5S e Lega sarà capace, più lento sarà il loro inevitabile superamento. Per questo un premier forte è essenziale. M5S e Lega devono essere nelle condizioni di giocarsi questa partita al massimo delle loro potenzialità come se fosse l’ultima. Che invece il vecchio sistema si metta il cuore in pace e prepari le valige, comunque vada questa fase politica, la storia non torna mai indietro e l’epoca dei populismi forzapiddini è tramontata per sempre.

Tommaso Merlo

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17 maggio 2018
POLITICA
Salvini, il contratto e le malelingue

Ecco perché Salvini ha insistito per un governo coi 5 Stelle, col vecchio Cainano un contratto di governo del genere se lo scordava. Con Forza Italia si sarebbe piegato alla solita inconcludente politica burocratica ed elitaria vecchia maniera, quella ispirata da classi dirigenti sazie che non hanno nessun reale interesse a cambiare le cose, anzi. Una delle litigate tra Lega e Forza Italia in campagna elettorale fu proprio su questo punto. Il Cainano era andato a Bruxelles autoproclamandosi argine alle intemperanze populiste del suo giovane alleato padano e garante dello stoico servilismo di quel cane che abbia e non morde mai che in Europa si chiama Italia. Il Cainano si era spinto a candidare come premier Tajani che nel cuore della burocrazia europea si è addirittura rifatto una vita e pure ricca e felice a quanto pare. Più che guinzagli, catene con cui legare mani e piedi al capo leghista. Ma mentre lo spettro del Cainano girava per i palazzi europei per ritrovare brandelli di credibilità dopo condanne e scandali che oltralpe avrebbero stroncato chiunque, Salvini girava per l’Italia dove di quella peraltro finta moderazione, di quella continuità e stabilità non fregava niente a nessuno, anzi, pur di uscire da una crisi allucinante avrebbero mandato all’aria volentieri gli artefici dell’Euro e di tutte quei fardelli burocratici che si aggiungono alle selve nostrane. Il programma della Lega aveva punti in comune con quello dei 5 Stelle su molte questioni anche europee ma c’è di più. La sintonia tra 5 Stelle e Lega è anche motivazionale e generazionale. Sono movimenti composti da gente giovane che avendo un futuro hanno anche interesse e voglia di cambiarlo, cose che mancano del tutto ad un miliardario ultraottantenne e di riflesso agli impiegati del suo partito personale. 5 Stelle e questa Lega rappresentano bene o male istanze reali ed un impetuoso desiderio di cambiamento che scorrazza deluso per anni tra le strade del Belpaese. Sono vive espressione dell’oggi, non inermi reliquie. Ecco allora che ha senso la mossa di Salvini di mollare la sua fasulla coalizione di centrodestra. Con la palla al piede del decrepito Cainano avrebbe continuato con la specialità della casa, le chiacchiere. Coi 5 Stelle punta a farsi una reputazione basata su qualche fatto concreto finalmente. Stando alla cronaca, nonostante le infamate giornalistiche degli ultimi giorni, nel contratto di governo Lega-M5S non si parla né di uscire dall’Euro, né dall’Europa. Quello che il nuovo governo vuole mettere in discussione non è il progetto politico continentale, ma il modo in cui funzionano le istituzioni europee ed alcune regole del gioco che ci penalizzano. Altro che Italexit o Viktor Orbán de noialtri, altro che barbari a Roma, il contratto si ripromette una virata senza compromettere il disegno politico europeo che al di là dei disastri dovuti all’introduzione maldestra dell’euro e alla infestante burocrazia, rimane la dimensione politica minima in un futuro che sarà sempre più una questione tra continenti. Il contratto Lega-M5S è più che ragionevole e spiazza le malelingue giornalistiche terrorizzate da un cambiamento che prima o poi colpirà anche loro. L’unica cosa che sorprende davvero del contratto è perché quelle cose non le abbiano fatte i governi precedenti. Non resta che attendere la firma e una sacrosanta consultazione dei militanti.

Tommaso Merlo

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15 maggio 2018
POLITICA
Salvini tra tavoli e ginocchia del Cainano

Nessuno capisce cosa stia combinando Salvini. Il capo della Lega scorna come un caprone padano dal Quirinale, sbraita indispettito su come la Lega abbia solo da perdere a fare un governo coi 5 Stelle visto che i sondaggi la danno in forte crescita. E allora perché si è ficcato in quel vicolo cieco a tempo scaduto? Chi glielo ha fatto fare? Dopo oltre due mesi di baggianate mezzo stampa, si è rimangiato la parola accettando di sedersi al tavolo coi 5 Stelle quando Di Maio aveva già lanciato la campagna elettorale. Quando si stava già andando spediti verso il voto - il prima possibile - e si parlava di date e di nomi di traghettatori. Il dietrofront di Salvini non è certo dovuto a Mattarella che aveva già avanzato le sue soluzioni per risolvere la crisi e stava procedendo serafico verso un governo di servizio. Mattarella ha poi dimostrato di non essere un presidente interventista e di ben vedere un governo composto dai vincitori delle elezioni. Il dietrofront di Salvini non è neanche dovuto ai suoi fasulli alleati che si sono sempre opposti strenuamente ad un dialogo con chi “dovrebbe pulire i cessi a Mediaset” o “ricorda i nazisti”. Forza Italia e la Meloni volevano l’incarico e raccattare voltagabbana in Parlamento alla faccia del cambiamento. Alla fine, Salvini ha dichiarato di restare il leader della sua coalizione e allo stesso tempo di andarsene. Mentre Forza Italia ha dichiarato di restare all’opposizione ma anche no, ma anche forse, ma anche dipende. Più che politica, ridicoli giochi di parole. Una volta seduto al tavolo coi 5 Stelle - alla faccia della sacra unione di centrodestra - Salvini è stato ricoperto di sterco dai suoi alleati. Gli hanno dato del traditore e del pazzoide e lo hanno intimato a tornare a cuccia dal suo padrone che nel frattempo può girare a piede libero anche in parlamento avendo scontato la pena da evasore con un bel dieci in condotta. Ma allora cosa ha spinto Salvini a tentare un governo coi 5 Stelle? Forse il dietrofront è dovuto a considerazioni politiche che a noi comuni mortali sfuggono visto che secondo i benpensanti siamo difronte ad un novello Churchill da quando ha portato la Lega a triplicare i voti promettendo ad un paese scioccato dall’immigrazione clandestina di massa di rispedire a casa gli invasori. Davvero geniale. O forse ad aver convinto il Churchill padano a mollare il Cainano e tentare almeno di concludere qualcosa dopo venticinque anni di chiacchiere, è stata la sua base elettorale, ma quella nuova di zecca, quella più giovane e dinamica che vede Berlusconi come la peste bubbonica e non disdegna invece i cugini populisti a 5 Stelle. Un elettorato che se ne frega dei giochi di palazzo e vuole che Salvini faccia quello che ha promesso. Un bel casino. Salvini sarebbe rimasto al calduccio seduto sulle ginocchia del suo padrone in attesa che il vecchio tiri le cuoia e soprattutto d’intascarsi il suo testamento politico. I suoi elettori last minute, invece, quelli che lo hanno innalzato a quelle percentuali stratosferiche, vogliono che si rimbocchi le maniche e si dia da fare e che dimostri cosa è capace di fare dopo decenni di slogan. Per questo Salvini si è seduto al tavolo coi 5 Stelle, perché deve rispondere a quei milioni di voti che ha inondato con piogge di promesse su misura e che oggi vogliono i fatti, vogliono vedere se Salvini parla e basta, se sa solo lagnarsi del lavoro altrui oppure sa fare le cose davvero. Questo spiega il dondolo degli ultimi due mesi. Da una parte le mire personali del vecchio politicante Salvini, dall’altra le aspettative del suo nuovo elettorato. Da una parte i giochi di palazzo, dall’altra la pelle dei cittadini. Da una parte l’ipocrisia arrivista, dall’altra la verità dei fatti. Ora, seduto al tavolo, Salvini ha due scelte. Fare il governo coi 5 Stelle col rischio di bruciarsi alla prova dei fatti e logorarsi politicamente sotto il fuoco incrociato dei suoi ex alleati e delle opposizioni. Oppure far saltare la trattativa all’ultimo minuto lasciando i 5 Stelle col cerino in mano in modo da addossare la colpa a loro. Tornare poi scodinzolando sulle ginocchia del Cainano e ricominciare a fare la cosa che gli riesce meglio, la vuota propaganda.

Tommaso Merlo

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permalink | inviato da Merlo il 15/5/2018 alle 9:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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