Tommaso Merlo, ebook, e-book, e-books, politica, attualità, analisi, democrazia, commenti politici, partiti, Italia tommasomerlo | La politica non è sempre una cosa seria | Il Cannocchiale blog
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18 giugno 2018
POLITICA
Luigi, caccia gli schiavisti dall’Italia

Luigi Di Maio sta scrivendo nuove regole per arginare le nuove schiavitù fiorite in anni di governo di centrosinistra. Tra i nuovi schiavi spiccano i rider, quelli che consegnano cibo a domicilio in bicicletta anche quando grandina e lo fanno per pochi euro rischiando l’osso del collo nel traffico e lo fanno sprintando per rispettare i tempi indemoniati dettati da qualche App che li martella dal loro i-Phone. Per Foodora e per tanti altri nuovi “datori di lavoro digitali”, i rider non sono veri lavoratori, ma sarebbero persone che prestano dei servizi ogni tanto, quando e quanto vogliono, così, tanto per arrotondare o per permettersi qualche sfizio extra. Persone quindi che non essendo dei veri lavoratori, dei veri dipendenti, non sono degni di diritti e protezione. Finti lavoratori che farebbero un finto lavoro. Una ipocrisia indegna e che va svergognata prima che contagi oltremodo anche il nostro paese. Nascondendosi dietro alla immaterialità della rete, molte società hanno reintrodotto lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e lo hanno fatto senza nemmeno metterci la faccia perché tutto avviene tramite chat a chilometri di distanza, tutto avviene tramite qualche interfaccia inanimata che gestisce i rapporti in queste nuove multinazionali digitali. In Italia è scoppiato il caso della consegna di cibo a domicilio ma in molti paesi sono già arrivati anche a tante altre professioni e settori. Dietro a queste multinazionali del web, c’è l’idea inaccettabile che in nome del profitto, in nome della crescita economica, tutto sia permesso, anche lo sfruttamento delle persone. E c’è l’idea che – come già avviene in molti paesi tra cui gli Stati Uniti – per vivere non basti più un lavoro, ma ce ne vogliono due o tre. Tutti finti lavori malpagati e senza diritti che messi insieme ne fanno a malapena uno. Questa idea in Italia non deve passare, Luigi Di Maio ha l’occasione per bloccare questa deriva e fare scuola in Europa. Una deriva accelerata dal governo Renzi col suo Job Act e coi suoi brindisi coi maestri del ramo come il fondatore di Amazon e compagnia bella. Il dovere della politica è proteggere i cittadini, sono loro la sorgente e la fonte della buona politica. E come tale, la buona politica deve impedire le nuove schiavitù, deve vietare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Tutto il resto viene dopo. Tutto il resto deve venir dopo. Anche il danaro, anche il profitto, anche i grafici degli economisti. La qualità della vita non si misura con qualche punto di Pil, anzi, spesso le due cose cozzano. L’amministratore delegato di Foodora minaccia Di Maio dicendo che se cambiano le regole, il suo business non conviene più e la sua ditta se ne andrà dall’Italia. E chissenefrega! Che se ne vada pure! Non abbiamo certo bisogno di una ditta tedesca come Foodora per consegnare pizze nelle nostre case, lo possiamo fare benissimo da soli e senza bisogno di calpestare la dignità di nessuno. E non abbiamo bisogno nemmeno delle altre fantomatiche società di Food Delivery provenienti da chissà dove e di tutte quelle società che si nascondono dietro a internet per poter sfruttare i lavoratori o non pagare le tasse o non rispettare le regole nazionali come già testimoniato da svariate sentenze europee. Internet è stato usato da aziende di ogni tipo come scusa per violare diritti e leggi ovunque negli ultimi anni. Aziende che hanno sfruttato i vuoti normativi dovuti alla novità del loro business. La loro sadica festa deve finire. Se garantire ai rider un lavoro dignitoso vuol dire far fallire Foodora, peggio per lei. Altre società prenderanno il suo posto. E anche se tutto il mercato italiano del food delivery dovesse saltare, non è affatto un problema, se ne creerà subito uno nuovo in cui altre aziende opereranno rispettando i lavoratori. La competizione esasperata al ribasso, per cui in nome del profitto i lavoratori diventano meri numeri da monitorare e meri costi da ridurre al minimo, è devastante sia per la vita dei lavoratori sia per una società nel suo complesso. Su questo Di Maio è stato chiaro e deve mantenere il punto. Le nuove schiavitù stanno devastando la nostra società perché impediscono ai nuovi schiavi di farsi una vita lontano dalle catene e dalla frusta. Pagati da fame, senza diritti, costantemente sotto pressione, intere generazioni stanno invecchiando schiave rimanendo incastrate in una bieca vita di sussistenza senza nemmeno poter farsi una famiglia o partecipare alla propria comunità. La formazione delle nuove schiavitù è stata favorita dalla crisi economica perché la politica si è inginocchiata davanti ai ricchi pur di uscirne. Governanti come Renzi, pur di invertire qualche dato e grafico economico e correre così in televisione a vantarsi, hanno svenduto i residui diritti dei lavoratori. Una strategia fallimentare e che ha solo esasperato le disuguaglianze ed ha creato zone d’ombra in cui in nome del profitto ad ogni costo sono emerse le nuove schiavitù. Ora tocca a Luigi invertire la rotta.

Tommaso Merlo

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15 giugno 2018
POLITICA
La Raggi, i giornalai e lo scontro finale

I politici di Pd e di Forza Italia finiscono in galera, quelli del Movimento 5 Stelle sui giornali. È davvero uno schifo che deve finire. La stampa sta gettando benzina sul fuoco e ben presto si arriverà allo scontro finale. Questa non è del resto informazione, questa è violenza politica perpetrata mezzo stampa. Questa è bieca diffamazione pubblica a fini politici. La Procura dichiara che il sindaco Raggi non c’entra nulla con la storiaccia dello stadio giallorosso, i giornali parlano di “sistema Raggi” e ne chiedono le dimissioni in prima pagina. In una democrazia sana queste porcherie non possono succedere. Non è giusto, non è sano e col tempo può anche diventare pericoloso. Il problema è molto più serio di quello che appare. La stampa italiana ha superato il limite della faziosità partitocratica, siamo arrivati alla sistematica e brutale manipolazione dei fatti a fini politici, siamo alle calunnie inventate a tavolino e svendute come notizie. Davvero uno schifo se si pensa anche al male che tale giornalismo criminale può causare alle sue vittime. Come siamo arrivati a questo punto è noto: le caste giornalistiche si sono formate nell’era del Pd, di Forza Italia e dei comunisti col Rolex ed hanno servito quelle forze politiche per decenni, prima divisi poi tutti uniti contro i “populisti”. Le caste giornalistiche sono figlie di quell’era politica e di quel sistema, si sono formate e sono emerse anche culturalmente in quel mondo che i cittadini hanno spazzato via nelle urne. Dopo il 4 marzo, le caste giornalistiche sono rimaste tutte al loro posto nelle redazioni, negli studi televisivi e da lì - rancorosi per il clamoroso risultato elettorale e per essere stati malamente ignorati dai cittadini ormai impermeabili alla loro propaganda - hanno iniziato a spruzzare fango contro i gialloverdi ancora più di prima. Come se tentassero una disperata operazione eversiva per boicottare il cambiamento voluto dai cittadini. Come se fossero l’ultimo baluardo politico del vecchio sistema che non si vuole arrendere al proprio fallimento storico. Come se fossero consapevoli che in futuro non ci sarà più spazio per il loro meschino giornalismo politico e s’illudessero di poter tornare indietro. Attaccando, provocando, infamando al punto che lo scontro finale è inevitabile foss’anche solo per prevenire possibili disordini anche sociali. Così del resto non si può andare avanti. È ridicolo che la grande maggioranza dei cittadini che sostengono il governo gialloverde si ritrovano contro l’intera stampa italiana e che non riescano ad accedere a notizie non inquinate politicamente dai loro nemici. È ridicolo che la maggioranza dei cittadini si sentano rimproverare ogni santo giorno per aver votato chissà quali pericolosi fascisti o incapaci o addirittura criminali. Si tratta di una indecenza democratica insopportabile e insostenibile. In passato dopo le elezioni si cambiava la museruola ai giornalisti, si cambiava la linea politica delle redazioni a seconda delle urne per rispettare i nuovi equilibri politici. Il governo gialloverde questo errore non lo deve fare, non deve pretendere un giornalismo amico e nemmeno più equilibrato, deve pretendere un giornalismo totalmente libero ed indipendente dalla politica, da tutta la politica e per davvero e una volta per tutte. Chi si vuole fare il proprio giornaletto di partito se lo faccia e se lo paghi coi suoi soldi e ci sfoghi sopra tutta la sua partigianeria avendo l’accortezza di riportare sulla prima pagina il partito o il boss che serve, ma se si parla d’informazione allora è tutt’altra cosa, è una cosa seria, è un bene pubblico, è linfa democratica vitale e come tale deve scorrere libera da incrostazioni faziose. Il governo gialloverde deve intervenire al più presto affinché finisca l’era dei calunniatori politici camuffati da giornalisti ed affinché l’informazione ritorni a svolgere degnamente il proprio ruolo democratico.

Tommaso Merlo

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14 giugno 2018
POLITICA
Migranti e comunisti col Rolex

Alla riserva indiana dei comunisti col Rolex dei migranti non fotte nulla. Li usano solo per attaccare il governo gialloverde nella speranza di una rivincita e di ritrovare un senso politico ormai smarrito. Le “classi subalterne” che li votavano, gli hanno del resto girato le spalle da anni. E così i comunisti col Rolex tentano di usare altri poveracci per ergersi a paladini della moralità universale calpestata dal popolo bue vittima di politicanti visceralmente fascisti. Lo hanno sempre fatto, anche quando non avevano il Rolex. Si sono sempre ritenuti i più colti, i più giusti ed hanno sempre guardato il mondo dall’alto verso il basso. Un mondo che anno dopo anno ha smesso di dargli retta. E la colpa ovviamente è del mondo, non loro. Se sono finiti nella riserva indiana è colpa degli “altri”, è colpa di quei rigurgiti fascisti che non muoiono mai. Vanno capiti. I comunisti hanno senso se esistono anche i fascisti. Per questo bollano tutto come fascismo, perché intellettualmente bloccati nel passato, hanno disperato bisogno di trovare un nemico che gli dia quel senso politico che non hanno più nella società di oggi. Ed allora eccoli, compatti più che mai dopo l’ennesima legnata presa il 4 marzo. Eccoli immolarsi a difesa di quei poveracci dei migranti, eccoli salire sul pulpito e predicare umanità. Ma la loro chiesa è vuota e fuori la realtà racconta tutta un’altra storia. Fermare l’immigrazione clandestina di massa, fermare la tratta di esseri umani, è nel primo interesse dei migranti che oggi nel tragitto crepano di stenti, subiscono torture, annegano in mare, vengono depredati dagli scafisti. Un inferno inaccettabile ma anche assurdo. Dopo un’odissea penosa, i migranti sopravvissuti finiscono o sfruttati come schiavi oppure in qualche dormitorio in attesa di permessi che non arriveranno mai perché a casa loro non c’è nessuna guerra ma splende il sole e restano così per anni sdraiati sulle brande o seduti su qualche muretto con l’i-Phone in mano in attesa del rancio e in attesa di un areo che li riporti a casa a spese nostre e questo perché quel paese ricco in cui sono entrati illegalmente non li vuole e non li vuole perché non è poi quel paradiso in terra e nemmeno lì si colgono i soldi sugli alberi ma bisogna sputare sangue una vita intera per raccattare qualche soldo e perché gli immigrati in quel finto paradiso non arrivano solo dal Continente Nero ma da tutto il mondo perché quella maledetta ed eterna crisi è una brutta storia per tutti, è una brutta storia globale. Altro che razzismo, altro che fascismo. Lotta tra poveri. Da una parte quelli nuovi difesi dai comunisti col Rolex, dall’altra quelli vecchi che a furia di fregature si sono emancipati da certe allucinazioni ideologiche. Cittadini che guardano semplicemente la realtà e hanno capito che una cosa sono i fisiologici e perfino auspicabili flussi migratori legali, un conto è assistere i profughi in fuga dalle guerre, un altro conto è invece l’immigrazione clandestina di massa. Popoli che inseguono il miraggio della Terra Promessa e finiscono in un vicolo cieco in condizioni peggiori di quelle che si sono lasciati alle spalle. Un vicolo cieco per loro e un vicolo cieco per chi li ospita che deve spendere una marea di soldi per mantenerli a vanvera per anni e poi pagargli pure il volo di ritorno. Una marea di soldi che vanno sommati a quelli spesi nel tentativo di bloccare i trafficanti di uomini nel deserto coi militari, i soldi spesi per i campi profughi nel nord Africa e per le operazioni di salvataggio in mare e quant’altro. Una marea di soldi sprecati per niente e che potrebbero essere invece utilizzati in maniera molto più utile ed intelligente per tutti compreso per i migranti con progetti di cooperazione internazionale che aiutino lo sviluppo dei loro paesi d’origine. La Terra Promessa non esiste per nessuno. Esistono invece i problemi concreti che la politica deve tentare di risolvere. Sono sempre meno quelli che si possono permettere il Rolex e ritirarsi in certe elitarie riserve politiche a vagheggiare assurde vendette.

Tommaso Merlo

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13 giugno 2018
POLITICA
Ladri di sogni

La solita banda di ladri stava rubando sugli appalti per il nuovo stadio della Roma. Ladri di soldi ma anche di sogni. Dei tifosi, di una città. Criminali in giacca e cravatta che come tafani continuano a ronzare attorno allo sterco del malaffare nonostante tutto e tutti. Luridi tafani dal tempismo però lodevole e in buona compagnia. Lo scandalo dello stadio giallorosso scoppia mentre le malconce truppe forzapiddine erano intente ad assaltare il governo gialloverde senza neanche lasciargli il tempo di portare gli scatoloni in ufficio. Tempismo che ci riporta alla dura realtà di questo paese. All’altro ieri, a prima del 4 marzo, ad una realtà fatta di corruzione, di intrecci perversi tra soldi e potere, di omertà criminale altolocata, di bieche ambizioni personali che devastano quelle della collettività, di classi dirigenti senza scrupoli e cuore. L’inedito governo gialloverde nasce proprio da quelle macerie morali, nasce dopo decenni di scandali che hanno martoriato la credibilità della vecchia politica e nasce dalla volontà dei cittadini di girare pagina. La Raggi in Campidoglio dopo anni di mafia capitale. Conte a Palazzo Chigi dopo anni di governo Pd e Forza Italia. Gli italiani hanno scelto il cambiamento nonostante i forzapiddini abbiano sempre negato ogni responsabilità e starnazzato ai quattro venti che non è vero che loro sono disonesti e gli altri onesti, ma in realtà sono tutti ladri uguali, tutti ladri come loro. Bella soddisfazione. Ottima strategia. Come in queste ore in cui i giornali forzapiddini esultano perché oltre ai tafani arrestati che appartengono a Pd e Forza Italia ci sarebbe qualche indagato del Movimento 5 Stelle. Evviva, vittoria! A dimostrazione – secondo loro – “del siamo tutti ladri uguali” che dovrebbe ridargli credito politico. Poveretti, nella riserva forzapiddina di onestà non è rimasta nemmeno quella intellettuale. Non hanno ancora capito la lezione. I cittadini sono molto meno stupidi di quello che pensano loro. Sanno benissimo che le mele marce sono spiacevoli quanto inevitabili, quello che conta è buttarle nel cestino della spazzatura quando si beccano. Conta la reazione – tempestiva e decisa – che un movimento politico deve assumere verso chi sbaglia. Pd e Forza Italia hanno sempre sottovalutato la corruzione al punto da riempirsi di mele marce, talmente tante che se le gettavano via gli si svuotava il partito. E così hanno cominciato a negare il problema fino a che nel cestino della spazzatura ci sono finiti loro, il 4 marzo. Una sconfitta che politicamente è ancora più pesante e significativa di quello che esprimono i numeri. Eppure i forzapiddini se ne sono fregati. Invece di ammettere la sconfitta e prendersi il tempo necessario per capire i loro errori ed eventualmente ripartire, hanno iniziato a sabotare la nuova fase politica gialloverde evidentemente scommettendo sul suo prematuro fallimento e quindi su una loro imminente vendetta contro quegli stolti e quei maledetti che non li hanno più votati. Una reazione rabbiosa compiuta con l’unica arma che gli rimane, la stampa al seguito. Residuo bellico del sistema precedente che snasando la malparata tenta un disperato colpo di coda per sopravvivere allo tsunami del cambiamento che l’ha lasciata sola e nuda in un tetro cimitero politico. Residui forzapiddini che boicottano il neo governo gialloverde con ogni mezzo, ad ogni passo, alla faccia della volontà popolare, alla faccia della democrazia dell’alternanza, alla faccia di chi si ostina a credere nell’onestà e che una politica migliore sia possibile. Alla faccia di tutto e di tutti come se oltre ai tafani dello stadio giallorosso, tra i ladri di sogni ci fossero anche loro. I sogni di un cambiamento.

Tommaso Merlo

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12 giugno 2018
POLITICA
Sciacalli forzapiddini e cambiamento

Si sono scagliati contro il governo gialloverde già prima che nascesse con tonnellate di pregiudizi figli di vecchie paturnie ideologiche. Ora che il governo compie finalmente i primi passi, si sono scatenati ancor di più e ogni santo giorno gli vomitano addosso di tutto. Ma lo fanno con una rabbia talmente sproporzionata ai fatti e con un tempismo tale, da non essere credibili. Troppa ferocia, troppo presto, per niente. Saper perdere non è certo una delle qualità migliori delle genti italiche, fair play è spesso solo una parola inglese, ma politicanti e giornalisti forzapiddini stanno cadendo nel ridicolo con la loro reazione isterica ad ogni sussulto governativo. Siamo in democrazia vivaddio e nessuno pretende che le opposizioni non facciano il loro dovere anche severamente, anzi. E nessuno pretende che la stampa s’inchini ai nuovi potenti (come sempre fatto in passato), anzi. Il governo gialloverde nasce proprio da anni di dura opposizione e il cane da guardia deve abbaiare. Ma quello che sta succedendo in questi giorni è di tutt’altra natura. Dopo la catastrofe del 4 marzo, i capi del mondo forzapiddino non hanno fatto una piega d’autocritica (come da tradizione) e sono ripartiti all’attacco dei vincitori come nulla fosse. Come se avessero ancora ragione loro, come se a sbagliarsi fossero stati i cittadini italiani votando male. Già, il solito sprovveduto populino ingannato da mirabolanti promesse che è finito in mani pericolose per aver ignorato i saggi pareri delle illuminate élite forzapiddine diffusi a reti unificate. Già, colpa dei cittadini, non di chi ha comandato per decenni. Deliri spiegabili solo col dramma che le classi dirigenti forzapiddine stanno vivendo, si ritrovano davanti ad un bivio: o cambiano radicalmente o spariscono. Ma cambiare - per chi comanda – è spesso impossibile. O perché non ne sono capaci dopo una vita intera a sguazzare nello stesso brodo. Oppure perché non vogliono dato che cambiare significherebbe mettere a rischio il loro potere. Capi, cordate e fasi storiche si sono estinte piuttosto che cambiare e spesso all’improvviso, di colpo, dopo aver ignorato l’urgenza del cambiamento ad oltranza. Come successo in piccolo il 4 marzo quando al mattino, Pd e Forza Italia e compagnia bella erano tutto sommato ottimisti sull’esito elettorale. Ottimisti dopo decenni di orecchie ed occhi tappati mentre la società correva. Dopo decenni di slogan, loghi e vuoto marketing svenduto come cambiamento che ha permesso ai capi forzapiddini di riciclarsi fino alla noia. Fino al 4 marzo, fino al cambiamento imposto a gran forza dagli italiani che li ha ridotti in macerie. A quel punto, disperati, rancorosi, con l’onestà intellettuale e il fair play che li contraddistingue, invece di trarre le conseguenze del proprio fallimento, il mondo forzapiddino - che non può e non vuole cambiare – sta tentando un disperato boicottaggio al governo gialloverde. Questo spiega l’astio preventivo di queste settimane, questo spiega la rabbia, questo spiega gli sciacalli alla luce del sole. Sanno che è finita la loro era e s’illudono di poter fermare la storia, di tornare indietro, già, ai bei tempi, quando comandavano loro.

Tommaso Merlo

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