Tommaso Merlo, ebook, e-book, e-books, politica, attualità, analisi, democrazia, commenti politici, partiti, Italia tommasomerlo | La politica non è sempre una cosa seria | Il Cannocchiale blog
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10 giugno 2018
POLITICA
Il G7 e l’ottimo presidente Conte

Finalmente un Presidente del Consiglio che rappresenta degnamente il nostro paese all’estero. Era ora. Dopo anni di corna e pernacchie e pagliacciate varie con cui Berlusconi e Renzi cercavano di mettersi in mostra a favore di telecamere, siamo rappresentati da una persona educata e preparata. Le conferenze stampa finali dei vari summit sono sempre state un’occasione per i renzusconi di dare spettacolo. Vetrine per vantarsi di meriti fasulli e per ricordare ai cittadini quanto fossero fortunati ad avere dei premier del loro calibro. Pazienza se in realtà non parlassero nemmeno l’inglese, pazienza se abbiano inanellato solo figuracce, pazienza se non contavano nulla e alimentavano solo i peggiori stereotipi sugli italiani. Ci ha sempre pensato la stampa al seguito a confezionare i vari summit mondiali come rilevanti successi governativi. Questo primo G7 canadese dell’era Conte, è stato tutt’altro film rispetto alle tragicommedie renzusconiane. Finalmente una persona perbene che non è lì per trastullare il proprio ego ma per servire con serietà l’Italia. Una persona di buone maniere e qualificata che ha agito nell’esclusivo interesse della sua comunità nazionale. Conte usa parole e toni appropriati e risponde nel merito dei vari dossier che riguardano l’Italia. S’intuisce come Conte non abbia nessun bisogno di nascondere lacune personali buttandola in caciara e non ha bisogno di sparare panzane per raccattare consenso riempiendo i giornali. S’intuisce come Conte non goda del potere e della visibilità acquisite, ma viva il suo impegno con responsabilità e nell’interesse generale. Davvero un ottimo ambasciatore. Il valore aggiunto di Conte è noto, è quello di essere “solo” un cittadino. Non un professionista della politica, non un barone di partito, non un fazioso cronico, non un egoarca che ha dedicato la vita per raggiungere il potere, ma un cittadino selezionato in base alle sue competenze e qualifiche per realizzare il contratto di governo siglato dalla maggioranza parlamentare. Un fatto davvero rivoluzionario che spazza via uno dei mali peggiori della politica italiana, il personalismo, il leaderismo. La riduzione cioè della politica alle bizze personali dei boss politici. Con Renzi e Berlusconi il dibattito pubblico ruotava attorno alle loro battute, alla loro personalità, ai loro deliri esistenziali. Erano loro il fulcro di quell’intreccio malefico d’interessi, di lobby più o meno occulte, di soldi e di poltrone che caratterizzava la vecchia politica. Bastava una loro gaffe o una loro provocazione per scatenare polemiche che duravano giorni con le rispettive tifoserie a lanciarsi la frutta marcia. Grazie al presidente Conte – cittadino tra i cittadini – la politica la smette di occuparsi dei boss e ritorna a fare il suo dovere che è quello di affrontare i problemi dei cittadini e difendere gli interessi dell’Italia nel mondo. Una profonda rivoluzione politica ma anche culturale, un’ottima premessa per la crescita della nostra democrazia. Perfino la stampa al seguito del G7 canadese deve contenersi. Dopo aver tentato di distruggere invano la reputazione di Conte prima che entrasse a Palazzo Chigi, sembra tirare un sospiro di sollievo. Sembrano passati secoli dalle indegne pagliacciate dei vecchi boss. Finalmente un Presidente del Consiglio umile, preparato e all’esclusivo servizio del paese.

Tommaso Merlo

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permalink | inviato da Merlo il 10/6/2018 alle 15:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
9 giugno 2018
POLITICA
La renzite e il parlare coi fatti

La disfatta di Renzi è iniziata appena diventato Premier quando si presentò spavaldo come se il destino del Paese non attendesse altro che il suo genio per compiersi. Renzi iniziò subito a lanciare mirabolanti annunci fino a mettere in scena la famosa presentazione a suon di lucidi in cui ridisegnava la fisionomia del Belpaese garantendo a tutti un’imminente vita da spot pubblicitario. Le aspettative verso Renzi erano già molto alte ma grazie alla cosiddetta annuncite, gravitarono alle stelle. Dopo decenni di problemi gastrointestinali, il centrosinistra si era affidato ad un giovane, ad un leader dinamico, intraprendente e capace di comunicare finalmente. Un figlio dell’oggi con una visione chiara sul domani. Una botta di ottimismo nel bel mezzo di una crisi che continuava nel frattempo a mordere vorace. Una botta di fiducia che portò il loquace ex sindaco di Firenze oltre il 40 percento alle europee. I giornali ne decantavano in coro le doti, le televisioni lo glorificavano all’unisono mentre l’Europa applaudiva curiosa quello che era il leader del più grande partito di centrosinistra del continente. Renzi sfiorò l’onnipotenza quando impose all’Europa l’anonima Mogherini addirittura agli Esteri nonostante un curriculum da impiegata del Pd. Quel giovane e brillante capo di stato poteva davvero contare su un patrimonio politico immenso. Il Tony Blair italico, l’Obama bianco. Un patrimonio che Renzi è riuscito a dilapidare ad una velocità inaudita. Una irrefrenabile disceva verso il baratro che il neo governo gialloverde deve tenere ben presente per non fare la stessa fine. Oggi come allora, consensi ed entusiasmi non lasciavano minimamente prevedere il disastroso e repentino epilogo. Eppure, quella che doveva essere una nuova era, si trasformò ben presto in una pietosa parentesi. Ma come è potuto succedere? La spiegazione sta tutta nel rapporto di oggi tra governanti e cittadini, tra parole e realtà. Traditi dalla cattiva politica, emancipati dalle chimere ideologiche, massacrati dalla crisi, i livelli di tolleranza dei cittadini italiani verso la politica sono ai minimi termini. Lo dimostra la rivoluzione del 4 marzo. E così - oggi più mai - una volta al potere, devono parlare i fatti. I governanti devono aprire bocca per dire quello che hanno fatto, non per dire quello che faranno se vogliono avere qualche speranza di durare. Devono piegare umilmente la testa sulle carte e lavorare sodo. Altro che campagna elettorale permanente, altro che convegni e passerelle, altro che propaganda svenduta come informazione a reti unificate. E solo una volta fatto il loro dovere (perché di questo si tratta) ed averlo fatto coerentemente con quanto promesso, allora i governanti possono raccontarlo ai cittadini. E se le cose si mettessero male, perché magari certe promesse erano esagerate o certe idee sballate, devono ammetterlo, devono essere trasparenti. Nessuno si aspetta più miracoli dalla politica ma tutti pretendono la verità, anche se scomoda. Altro sintomo della renzite. I cittadini non sono ragazzini a cui raccontare favolette e tanto meno bugie. È una questione di rispetto ed igiene democratica. Ma non basta nemmeno la sincerità e l’umiltà ai governanti di oggi, come insegna ancora il suicidio politico di Renzi. I governanti potrebbero anche riuscire a realizzare qualche riforma, eppure i problemi dei cittadini potrebbero non risolversi come sperato. I risultati della politica – oggi più che mai - si misurano sulla pelle dei cittadini, sulla loro qualità della vita, non sul numero di leggi o decreti sfornati e nemmeno con le pendenze di qualche grafico. Già sul viale del tramonto, Renzi occupava le televisioni per raccontare agli italiani come fossero grandiose le sue riforme e come tutto andasse meglio grazie a lui. Peccato che la realtà quotidiana dei cittadini fosse tutt’altra e che le sue leggi avessero addirittura aggravato le condizioni ad esempio dei lavoratori o avessero ignorato i nuovi poveri. Fatti nudi e crudi che rendevano le sue parole e le sue bugie addirittura offensive e che gli si sono rivolte contro compromettendo la sua parabola politica. Una lezione esemplare che il governo gialloverde del cambiamento non può ignorare.

Tommaso Merlo

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permalink | inviato da Merlo il 9/6/2018 alle 6:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
7 giugno 2018
POLITICA
Self ideologia, 4 marzo e vecchie caste

Le ideologie non sono morte. Sono diventate un fatto individuale. Oggi ognuno si crea una sua ideologia su misura. A seconda della propria sensibilità, del proprio bagaglio e delle circostanze che incontra sul suo cammino. Il cittadino non si accoda più ciecamente a grandi partiti o a leader paladini di qualche ideologia di massa che pretende di disegnare il mondo a priori. E non subisce più passivamente televisioni o giornali, ma si fa una sua opinione originale filtrando criticamente le informazioni che lo sommergono. La self ideologia ha rivoluzionato la politica italiana e il 4 marzo è stato solo l’antipasto. Presto anche la vecchia politica e la stampa al seguito si dovranno adeguare. A differenza delle ideologie di massa del passato, la self ideologia è dinamica. Cambia a seconda delle circostanze e dei problemi che il cittadino affronta nella sua vita. E questo è un grande pregio. Il pensiero, la realtà, i problemi evolvono di continuo, il tentativo della politica di racchiudere il tutto in rigide gabbie dogmatiche ha generato solo guerre e miserie nella storia dell’umanità. Un tempo - poi - o stavi da una parte o dall’altra. O eri rosso o eri nero. Indossavi un’uniforme, apprendevi un Credo e perfino un linguaggio e se cambiavi schieramento finivi sul patibolo dei traditori. Oggi il cittadino non si sposa più con una causa generica, ma si fidanza con un progetto specifico. Un progetto politico concreto, fatto di programmi, di persone e di valori di fondo. E si fidanza finché si trova bene, finché è soddisfatto. Quando poi viene deluso, cambia. Le ideologie di massa del passato avevano poi l’ambizione di offrire una visione del mondo, una filosofia di vita e in base a quella agivano nella società con risultati spesso catastrofici. Allora come l’altro ieri, quando un partito che si definiva di sinistra come il Pd ha smantellato i diritti dei lavoratori. Nell’era della self ideologia, ognuno è invece libero di avere la propria visione del mondo, la propria filosofia di vita. E in politica si unisce ad altri cittadini - liberi e unici come lui - nel sostenere un progetto che ritiene più credibile in quel momento. E sono i fatti concreti che determinano i valori di fondo di un progetto politico e non viceversa. In passato, in nome di chissà quali nobili ideali, sono state compiute le peggiori nefandezze. Oggi non contano più manifesti e vaghe chimere – siamo saldamente nell’era della democrazia e dei diritti umani – oggi contano i programmi, le decisioni concrete, il comportamento dei politici, la coerenza, l’onestà, la trasparenza e poi i risultati . Le penose odissee di Renzi e Berlusconi lo insegnano: è quello che fai e come ti comporti che dimostra chi sei e in cosa credi davvero. Le parole stanno a zero, anche in politica, finalmente. La self ideologia ha generato un elettorato più libero, più critico e più volatile. Un elettorato che pragmaticamente sceglie le proposte politiche che ritiene migliori via via. La depravazione dei seggi sicuri frutto dei paracchi ideologici che regalava rendite di consenso si sta estinguendo. Si è ribaltato il rapporto di forza. Non sono più i cittadini che devono adeguarsi ai partiti ideologici esistenti, ma sono le forze politiche che devono essere all’altezza delle self ideologie dei cittadini. Un bel passo in avanti della democrazia che il vecchio sistema denigra come “populismo”. Pura ipocrisia. Quello che in realtà le vecchie caste non accettano, è la perdita di potere, il cedere sovranità ai cittadini. Non vogliono togliersi la cravatta e scendere dal pulpito. Non vogliono uscire dai palazzi e perdere il proprio status di cartone. Il 4 marzo lo dimostra. Le caste italiane si sono scatenate contro i vincitori e contro il nuovo governo senza nemmeno dargli il tempo d'iniziare a lavorare. Hanno infamato i vincitori e dipinto scenari nefasti contraddicendosi peraltro di continuo a conferma di come i loro paraocchi ideologici ormai siano grotteschi. Destra, sinistra. Comunisti, fascisti. Sovranisti, populisti. Paraocchi che impediscono alle vecchie caste di capire quello che sta succedendo davvero in Italia e che gli impediscono di capire come quei nefasti presagi siano tutti per loro. Il 4 marzo è stato solo l’antipasto.

Tommaso Merlo

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permalink | inviato da Merlo il 7/6/2018 alle 10:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
6 giugno 2018
POLITICA
Casta giornalistica e nuova politica

La casta giornalistica rantola acida. Sa che il suo destino è lo stesso della vecchia politica che ha servito e non vuole rassegnarsi. Ormai priva di qualsivoglia credibilità, la casta giornalistica brancola nel buio. Non capisce cosa è successo il 4 marzo e vomita categorie del passato dando del “fascista” a cani e porci. Culturalmente incatenata alle caviglie dal giurassico schema “destra-sinistra”, la casta giornalistica non riesce nemmeno a comprendere come i cittadini – molto più avanti – abbiano deciso di smetterla con certe ipocrisie ideologiche. Già, i cittadini hanno deciso di crescere, di emanciparsi e di scegliere di volta in volta tra idee buone e cattive (perché solo questo conta). E di scegliere tra progetti credibili o meno, tra classi dirigenti affidabili o meno, tra proposte che affrontano i loro problemi contingenti o meno. Il resto sono chiacchiere al vento, sono schemi mentali che hanno portato l’Italia nel baratro. Oggi la politica parte dal cittadino – e non da qualche barone o testo sacro – parte dal basso e parte dalla strada – e non da qualche circolo di benpensanti. Per questo la politica diviene attuale, pragmatica e semplicemente finalizzata a migliorare la qualità della vita delle persone. E sono loro, i cittadini - e non qualche barone o testo sacro - ha determinare strada facendo, coi fatti, la rotta. Cittadini che man mano valutano i risultati e quindi la validità dei vari movimenti politici e delle loro classi dirigenti. È finita - ma culturalmente - l’era delle tessere, l’era dell’appartenenza politica che durava una vita intera e del voto come tradizione di famiglia o scelta esistenziale. Oggi i cittadini scelgono i progetti politici più validi che man mano gli vengono proposti. Li votano - a volta li creano – e poi li mettono alla prova e altrettanto pacificamente verificano se funzionano o meno. I bravi e gli onesti dureranno, gli altri spariranno. Semplice, intelligente ed assolutamente democratico. Per questo appare assurdo il suicidio di massa di coloro (politicanti, giornalisti, cittadini) che ancora seguono Renzi o Berlusconi o la riserva indiana dei comunisti col Rolex. Si tratta di progetti politici falliti, progetti che i cittadini hanno già sperimentato, ne sono rimasti delusi e quindi sono andati oltre. Punto e a capo. Indietro non si torna, nemmeno in politica. Chiunque vorrà tentare di sfidare i vincitori del 4 marzo, dovrà creare una proposta nuova e che tenga conto delle innovazioni sostanziali introdotte soprattutto dal Movimento 5 Stelle e della forma più avanzata di democrazia in cui siamo giunti. Tutte cose che la casta giornalistica non riesce e non vuole cogliere. Teme il cambiamento e cerca di ostacolarlo. La casta giornalistica lo sa benissimo. Una stampa non in grado di comprendere i fenomeni che avvengono nella sua società, non ha senso in una democrazia sana. Una stampa che ha perso ogni credibilità di fronte alla grande maggioranza dei cittadini e che è addirittura disprezzata e considerata parte dei problemi da risolvere, è dannosa per una democrazia. A furia di far politica, la casta giornalistica ha seguito i vecchi partiti fino sull’orlo della loro fossa. Ed oggi rantola acida nel disperato tentativo di sottrarsi a quel mesto destino. Tempo perso, invece d’immolarsi in un patetico tentativo di fermare la storia, dovrebbe accettare la propria sconfitta e lasciar spazio ad un giornalismo finalmente libero e all’altezza di svolgere il suo ruolo cruciale in democrazia.

Tommaso Merlo

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permalink | inviato da Merlo il 6/6/2018 alle 10:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
4 giugno 2018
POLITICA
Beppe, le parole ed i fatti

Lo ha ricordato Beppe Grillo proprio davanti alla Bocca della Verità, per strano gioco del destino: “tutto nasce dalle parole”. Anche il Movimento 5 Stelle che ha il merito storico di averle donate ad un mondo nuovo che la vecchia politica non riusciva più a capire e rappresentare. Passerà alla storia quel liberatorio “vaffanculo” urlato per anni ad un sistema morente da parte di cittadini esasperati. Un “vaffanculo” che esprimeva la voglia di una rottura col passato ma anche di una politica nuova che la smettesse di nascondersi dietro vuoti paroloni. Un “vaffanculo” che denunciava i fallimenti e gli abusi della vecchia politica, la deriva morale, i privilegi. Oggi tocca al Movimento 5 Stelle governare e le parole devono lasciare spazio ai fatti. Ce lo insegna la storia recente ed i suoi “maestri”. Renzi ha puntato tutto sullo storytelling, si è fatto largo ripetendo quello che voleva sentire l’ormai ex base del Pd: rinnovamento generazionale, rottamazione. Una volta al potere si è rimangiato tutto mettendosi a sfornare slides per raccontare un’Italia che esisteva solo nei suoi sogni da bamboccione o vantandosi di riforme che hanno peggiorato la vita dei cittadini. Oggi lo storyteller di Rignano sull’Arno si è trasformato in un pinocchio qualunque e per trovare qualche fesso che crede alle sue parole deve andare all’estero. Morale della favola: i cittadini hanno diritto alla verità, sempre e comunque, anche quando è scomoda. Le bugie - nell’era del fact checking - sono bombe a mano che scoppiano in tasca di chi le spara mandando in brandelli all’istante la sua credibilità. Altro maestro è stato Berlusconi che negli anni novanta si fece largo usando il marketing aziendale e promettendo “manna per tutti” con un linguaggio da spot, quello delle tre “i” per intenderci. Vagonate di promesse a vanvera raccontate con parole accattivanti per conquistare l’infantile tele-elettore. Non riuscendo a realizzare mezza promessa, Berlusconi ha nel tempo sempre rilanciato ricoprendo lo scibile con tonnellate di bugie. Oggi un clown del circo ha più credibilità di lui. Berlusconi è durato più del suo seguace Renzi solo per i soldi e le televisioni con cui ha comprato consenso dopato e servitù. Morale della favola: ai miracoli non ci crede nessuno e tantomeno agli Unti dal Signore. I cittadini oggi pretendono solo che i portavoce lavorino sodo per realizzare i punti del programma e lo facciano con coerenza ed onestà. Altri maestri dell’importanza delle parole sono i dinosauri dell’ex mondo comunista. Quella riserva indiana di LeU e delle tribù superstiti dell’ideologia marxista. Ancora oggi si esprimono con parolone che capiscono solo loro. Hanno un loro idioma che non essendo parlato nel resto del mondo li isola sempre più fino a far temere (si fa per dire) una loro imminente estinzione. Renzi, Berlusconi e gli ex comunisti insegnano quanto sia fondamentale per chi governa la totale sincerità, il realismo e l’essere chiaro e trasparente verso i cittadini. Oggi più che mai - una volta al governo - a parlare davvero sono solo i fatti e i comportamenti delle classi dirigenti. La campagna elettorale permanente e l’essere di lotta e di governo, non serve a nulla. I cittadini hanno già votato, hanno già scelto. Ora attendono fatti, non propaganda. I cittadini sono molto meno idioti di quello che pensavano Renzi e Berlusconi o di quello che ritengono i giornalisti del vecchio regime. Si sono fatti il callo alle panzane della politica e dei giornaloni dopo decenni di tradimenti e bugie. Morale della favola: grazie alle parole giuste, il 4 marzo i cittadini hanno scelto il cambiamento, ora è il momento di fare il possibile per realizzarlo.

Tommaso Merlo

https://pace2345.wordpress.com/




permalink | inviato da Merlo il 4/6/2018 alle 19:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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