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Se tornasse il duce

Se tornasse il duce prenderebbe chi si dichiara fascista nel 2018 a manganellate e olio di ricino. O meglio, gli riderebbe semplicemente in faccia. Gli basterebbe fare un giro a Macerata o nella sua Predappio per capire gli altarini di certe carnevalate. In Italia si cresce ancora col tabù del fascismo come se non fossimo ancora riusciti a far pace con la nostra storia. Segno di immaturità, segno di debolezza soprattutto politica. E non c’è come un tabù per ostacolare la conoscenza, per creare quelle fratture su cui prospera la cattiva politica. E non c’è come un tabù per rendere attraente qualcosa, soprattutto per i giovani che anche se aprissero i libri giusti non riuscirebbero ad andare oltre al primo paragrafo. Più facile seguire il branco, più eccitante osannare un capo perché alla fine quello che conta è quello. Ritrovarsi davanti alla tomba di un camerata e sentirsi potenti gridando a squarciagola e alzando il braccio teso al cielo. Quello che conta è scaricare la propria rabbia confortati da un’identità illusoria, è sconfiggere le proprie paure aggrappandosi ad un cruento ego collettivo. Debolezza, non forza. I forti sono aperti al nuovo, al diverso, al sapere. Non rifiutano il cambiamento ma lo affrontano, cercano di gestirlo. I forti sono in prima linea nel presente, non rintanati nel passato. Se tornasse il duce di libri ne aprirebbe eccome. In settant’anni dalla sua morte il mondo è cambiato completamente. In Europa, dopo millenni di guerre intestine si è addirittura capito che uniti si è più ricchi e sicuri. L’intelligenza collettiva è così, perlomeno lenta. Il duce scoprirebbe la vittoria della democrazia, dei diritti umani, delle libertà e di come la qualità della vita sia enormemente migliorata per diversi fattori ma soprattutto grazie alla contaminazione di idee, valori e conoscenze generata da sistemi politici sempre più permeabili. L’opposto che in passato. Si progredisce insieme agli altri e più gli altri sono diversi più sono gli stimoli alla propria evoluzione. Se tornasse il duce ammirerebbe gli enormi passi avanti dell’Italia e comprenderebbe come sostenere oggi il fascismo sia una mera stupidaggine. Un qualcosa che non ha senso storico e quindi politico. E condannerebbe chi non essendo stato capace di coltivare e crescere nuove visioni politiche si attacca disperato ad anacronistici lidi. Su Mussolini è stato scritto di tutto a seconda della simpatia di chi impugnava la penna, ma di certo non era uno stolto. E se tornasse, seduto in una biblioteca o a passeggio per Via del Corso, capirebbe come la vita dei popoli è proprio simile a quella delle persone. Ci sono fasi diverse, alcune felici altre meno, alcune ordinarie altre straordinarie, e quello che conta per il benessere è non rimanere incastrati nel passato ma crescere, evolversi. E compito della politica è proprio quello di affrontare con sempre nuove soluzioni le sfide che la storia ci pone innanzi. Se il duce tornasse riderebbe grassamente delle sceneggiate di Kim Jong-Un e aderirebbe alla democrazia liberale. A modo suo magari, ma senza esitazioni. Senza scivolare in patetiche quanto assurde nostalgie.

Tommaso Merlo

Pubblicato il 9/2/2018 alle 9.36 nella rubrica diario.

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